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L’ululato gioioso di Frances McDormand
Come un uragano la protagonista di Nomadland entra nella storia dell’Oscar
L’eco della selvaggia speranza del film segna il premio tra le parole dei media

A cura di Franco Ferri

Frances McDormand mentre riceve l'Oscar
Frances McDormand mentre riceve l'Oscar
L’anno del Covid ha visto il mondo (quasi) tutto fermarsi e magari prendere un po’ di coscienza sulle distonie che lo circondano,pensando di scendere (forse) dal bus farraginoso su cui (quasi) tutti eravamo saliti senza riflettere. La Notte degli Oscar del 2021 ha ribadito con fermezza questi fermenti contemporanei (voglia di sospensione) rimettendo in alto il ruolo del cinema quale board centrale di laboratorio del risveglio. Panorama sociale,domande sull’introspezione,sembrano costanti di riferimento che per il vero da varie stagioni avevano cominciato a riformare il glamour e lo showbiz hollywoodiano verso una via alchemica possibilista sull’orizzontalità di nuove condivisioni.“ Incoronano protagonisti asiatici e afroamericani in una edizione politica ”,scriverà Antonio Monda su La Repubblica mentre per Paolo Mastrolilli (La Stampa), “Il cinema può ambire a una funzione di dialogo geopolitico“. Sembra un invito implicito a Joe Biden per nominare la cinematografia alla «segreteria di stato» come ausilio più efficace nella distensione globale,ma non dimentichiamo che l’anno scorso con Parasite grazie all’incoronazione di un film unico si stava già percorrendo l’atipico percorso. Per precisione semantica va ricordato che in generale il successo di un messaggio va ascritto principalmente a proprietà artistiche insite nelle pellicole. Se i temi delle storie non fossero stati supportati da eccellenti capacità di linguaggio,grazie anche alle fusioni multiculturali,ora non staremmo a focalizzarci su feedback di più largo raggio. C’è invero chi confonde aspetti causali con effetti dei medesimi,e da tal pulpito Alessandra De Luca rammenta su Avvenire,”Tutti sordi alla grande aspirazione della settima arte”,in coro si aggiunge Mariarosa Mancuso sul Foglio,”Parlando di cinema,non siamo messi bene”. Specifiche risultanze cinematografiche,così espresse,emergeranno a dir poco riduttive senza un’attenta’immersione da disciplina analitica. Sulla fuorviante falsariga si mantiene Maurizio Acerbi (Il Giornale),”Un premio che è ormai «pappa e ciccia» tra quella che dovrebbe essere la meritocrazia (sempre meno) e il mainstream (sempre più). Ciò che conta è rispettare il mantra della militanza”. E’ giusto aggiungere che le forze della mente e del talento non vanno blindate per opportunità nel logo ristretto dell’appartenenza. Questa all’opposto motiva per certo una fonte originaria,non arbitrariamente da verbo limitato,e nelle dinamiche creative delle arti può donare genesi a cascate dirompenti di assoluto valore al di là e sopra ogni schieramento. L’edizione dell’ Oscar andata in onda dalla location nella stazione ,Los Angeles Union,allegorico incrocio mutante tra set cinematografici e binari di viaggio,ha offerto un elevato tocco di scibile umano che i trascorsi allestimenti in stampo teatrale avevano meno rimarcato. Purtroppo sostiene Giulia D’Agnolo Vallan dal Manifesto,“Il senso di un evento collettivo è stato minore del solito”. Non sarà fondamentale se l’audience tv ha segnato solo 9.85 milioni di telespettatori sul network nazionale. Resteranno nella storia quei significativi palpiti che i protagonisti hanno liberato come attimi prolungati dei loro film,sincera simbiosi dell’individualità dell’attore con il personaggio incarnato. Valgono una ricchezza i momenti intrisi di selvaggia speranza dove Frances McDormand ha fatto il suo atipico ringraziamento. Il gesto sacrale che va rispettato é il gioioso ululato da lei emesso perché nella non conformità s’infonde la forza naturale dell’arcano in tutto e per tutto come avviene nella protagonista di Nomadland. Il grido di preghiera laica che inviterà a vedere il film al cinema,“Sotto gli schermi più grandi possibile”,sembrerà una dichiarazione controcorrente in aperto contrasto con i tempi contingenti. Sulla poetica delicata ma radicale non certo ideologica della pellicola,si esprime il direttore della Mostra di Venezia,Alberto Barbera. Indirizzandosi ai meriti della protagonista e di regia della Cinese,Chloé Zhao,dice,“C'è voluto tutto il coraggio per squarciare il velo che oscurava quella parte di America nata dalla crisi economica del 2008 e rimossa dalla consapevolezza di tutti (Trumpiani e non)”. Resta dimenticata dall’evento una caratteristica artistica che ha contribuito notevolmente alla creazione di Nomadland. La colonna sonora di Ludovico Einaudi,composta da note sommesse è molto efficace per il lirismo della storia ma non era nelle nomination. Sarebbe stato degno competitor e non avrebbe sfigurato con la statuetta dorata,giocandosi la chance di poter essere quest’anno il contributo italiano più meritevole dell’ambito riconoscimento targato Academy Awards.