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Le piume nere del cigno
Il film di Aronofsky preso sottogamba da molti critici,ma resta straordinario e moderno
Da Pontiggia a Bertarelli si argina un fronte comune contro una storia coraggiosa e libera

a cura di FRANCO FERRI

Il Cigno  Nero
Il Cigno Nero
Nacque allo scorso festival di Venezia il rapporto conflittuale con il film di Aronofsky da parte di tanta critica italiana. Un’istintiva antipatia che ha origini non facilmente definibili,inversamente mai riscontrata nei commenti della stampa internazionale,di sicuro rivelò già durante la proiezione lo sfondo meno cinefilo. La sequenza onirica quanto simbolica di Nina che raggiunge l’equilibrio con la sua parte oscura e angosciata, nell’attimo in cui ideali piume nere vanno a ricoprire il suo gracile corpo,stabilendo un assoluto artistico,fu contrassegnata da risate e fischi per niente onorevoli di un pubblico festivaliero. Il Cigno Nero non meritava questa rozza anteprima ma evidentemente fa parte di quelle opere cinematografiche che hanno impatto fulminante rendendo la digestione difficile alla sempre folta schiera di recensori all’antica.

Federico  Pontiggia
Federico Pontiggia
La forza visiva della pellicola ti porge in faccia i battiti della verità,mette in moto in un attimo il comunicante con la profonda mappa delle nostre coscienze attraverso dinamiche simboliche di presa immediata. L’idea moderna che la pervade probabilmente mette in difficoltà il background culturale di critici meno giovani ma non crediamo sia questa la risposta completa. Abbiamo trovato complessivamente una sorta di ostilità non meno inquietante del messaggio del film. In panoramica sui giudizi espressi,osserviamo analogie trasversali singolari in testate giornalistiche che in realtà dovrebbero esprimere punti di vista differenti. La concettualità espressa dalla pellicola riesce in maniera palese a dar fastidio alla consuetudine e al tradizionale status quo in cui i nostri amici critici tendono a sonnecchiare. Il film parla senz’altro una lingua di codici correnti e spumeggianti ma la traduzione nei media evidenzia perle di questo tipo. “Purtroppo,già vista e comunque prevedibile,questa decadente arte-vita è troppo fredda,calcolata e americana” scrive sul Fatto Quotidiano Federico Pontiggia, il quale confonde un passaggio chiave,intimo,fondamentale che stabilisce un passo in avanti,non indietro,della protagonista ma agli antipodi da un’inerte decadenza. Se la prende con la cultura d’oltre oceano (può far ancora presa) ma involontariamente gli fa un assist perché in quanto “americana” concede a questa l’energia comunicativa originale di saper rappresentare al cinema le spinte più innovative dell’individuo,segnandole con lo stile autoriale di questo film.

Alberto  Crespi
Alberto Crespi
Ci sono nella storia sequenze di fasi improduttive e contrastanti della personalità che ribaltate e scaricate sugli altri generano purtroppo temibili e nefaste conseguenze su se stessi. In parallelo con questi momenti di Nina nel film sembra cimentarsi Alberto Crespi de L’Unità. Nel chiaro J’accuse alla solita America  dice,“La pellicola conferma quanto possano essere banali gli americani,alle prese con temi profondi quali la creatività artistica”. Crea un polverone e cerca di distogliere lo sguardo da qualcosa in cui non si riesce a raggiungere la concretezza. Affermare che Il Cigno Nero sia …“enfatico,pretenzioso,fasullo” conferma un’analisi vaga evitando intromissioni in infidi temi evidentemente ancora tabù e duri da sgranocchiare.

Massimo  Bertarelli
Massimo Bertarelli
In diversi commentatori abbiamo notato una profonda paura a cimentarsi con i presupposti schietti del film,un timore non riconosciuto palesemente ma assai deduttivo dalle parole circostanziate. Uno di questi è il coraggioso impeto di natura libera che tutta la vicenda manifesta. Qualcuno ha proprio fastidio dello spirito di diversità che un’opera sa incarnare,come nel caso di Massimo Bertarelli del Giornale,che interpellato al proposito liquida sbrigativamente essendosi trovato innanzi una vicenda “...Stanca,noiosa,estenuante che fa sbadigliare”. Nello stesso versante di area politica,Maria Rosa Mancuso su Il Foglio,sfoggia un parere retrò confrontandolo con il vecchissimo Scarpette Rosse,”melodrammatico pasticcio” che “strizza l’occhio a Psycho ma è un film tanto brutto”. Fra i presunti “liberal”,Paola Casella di Europa Quotidiano sentenzia che il film di Aronofsky è “reazionario con il suo ritratto di ballerina che cerca di coniugare il lato virginale con quello mignottesco”. Sorprendentemente questo giudizio appartiene ad una donna che dovrebbe avere apprezzamento per lo sforzo interiore quanto evolutivo di una giovane,ma invece risulterà anacronistico nonché offensivo delle coscienze più avanzate. La pellicola non può essere reazionaria semmai veste di rivoluzione mentre i bigotti moralismi del critico appartengono ad epoche inquisitorie sempre in rispolvero. Questo sì che è pensiero reazionario.