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Cinema: Film in streaming…No grazie
L’epidemia e l’emergenza mettono in pericolo la natura della cinematografia
Cercano di livellare sotto la bandiera delle piattaforme ma in tanti dicono no

A cura di Franco Ferri

Ken Loach, con poesia e fermezza definisce il cinema
Ken Loach, con poesia e fermezza definisce il cinema

Lunghi mesi sulla difensiva che non hanno lasciato troppi margini per scorgere uno squarcio di sereno e l’emergenza sanitaria è divenuta costante della vita collettiva. Al centro dell’allerta per ironia nera persiste una sorta di cambiamento che non aderisce certo a ruoli di avanzamento e progresso,come la stessa definizione ci aveva sovente abituato,ma al più stretto contenimento di trincea e all’idea meno spontanea di esistenza. A quasi un anno dall’espansione planetaria il Covid appare nelle vesti da protagonista oscuro molto potente e dall’immagine ben maggiormente deflagrante di quanto la sua configurazione microbiologica possa spiegare. Acuisce differenze sociali,provocando veloci stravolgimenti,guardando nel concreto sul breve ha eliminato dal gioco addirittura un Presidente degli Stati Uniti. Se per esempio restiamo nel microcosmo del cinema il periodo ha evidenziato una scala di disvalori che nessuno voleva ammettere pubblicamente eppure assai concreta,significativa di quanto nei fatti cultura e cinematografia da tempo in questo paese vengano considerati di secondo piano. Accende la discussione Gian Luca Farinelli,direttore della Fondazione Cineteca Bologna, “Quando venni a conoscenza dei codici Ateco,nella lista delle attività ritenute essenziali,vedendo che il cinema era escluso,l’ho preso con ironia scherzandoci sopra con amici e colleghi”. La parola cinema durante l’emergenza pare sia entrata nel vocabolario del disuso,però l’impasse favorisce per paradosso una miriade di opinioni inventive,prospettiche che creano magicamente nuovi codici sorgenti per le proiezioni spente. Ken Loach dalla dominante del contagio estrapola un’idea di cinema espanso da suggestione collettiva,”Il riso è contagioso,e guardare una commedia a casa propria non è come farlo con una folla di persone che ridono. E se c'è invece qualcosa di commovente o tragico,lo si avverte molto di più insieme a un pubblico,piuttosto che seduti nella propria stanza“. Il riferimento è chiaro contro il cinema streaming che nella versione più aggiornata tenta di segnare punti a favore del piccolo,salottiero schermo. “No streaming. L’anima e la storia del cinema,sarebbero stravolte e non funzionerebbe“, esplicito il direttore del Festival di Cannes Thierry Fremaux,non ha dubbi al merito e tutti sappiamo quanto la kermesse interrotta quest’anno non ceda per niente a compromessi che possano ledere l’evoluzione della settima arte. Antonio Moresco su Il Foglio definisce la questione senza patemi,anzi sponsorizza l’attacco di una fantasia al potere. “Se l'arte sta solo in una dimensione virale,cosa può fare contro una molecola replicante? Dobbiamo travalicare tutto,rifondare l'immaginazione“. Qualcosa di urgente che eviti il risalto della deontologia conosciuta affascina anche Jean Michel Frodon,ex direttore di un nume tutelare della critica quale il magazine Cahiers du Cinéma. Ragiona da recensore acuto e pragmatico sollecitando una ragione di causa effetto,“Che tipo di cinema e soprattutto di pubblico troveremo alla fine di questa pandemia?” La diagnostica potrebbe al momento non avere strumenti per definire il futuro prossimo,e se consideriamo che l’epidemia non finirà in maniera davvero veloce va posta una domanda inquieta assai taciuta ovvero quanti soggetti strategici potrebbero non farcela e restare vittime economiche sul campo? Questo potrebbe condurre l’industria cinematografica a modificare radicalmente i contenuti artistici retrocedendo posizioni acquisite alla stregua di ciò che accade dalla fine degli anni novanta per quella discografica caduta a causa dell’avvento dirompente di altri orizzonti. Non è pessimismo ma cercare di comprendere ostacoli possibili,buche da evitare prima che trasformino il domani nell’orticello del rimpianto. Non sarà un necrologio ma colpisce la massima di Paolo Mereghetti (Corriere della Sera) quando dice “Rischiamo di abituarci a un linguaggio meno esigente e meno rigoroso,Montalbano non è «La Donna che Visse Due Volte»,ne un selfie è un ritratto di Irving Penn“.