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Il meglio e il peggio del mese
ROMA di Alfonso Cuarón
Sceneggiatura di Alfonso Cuarón

Con Yalitza Aparicio,Marina de Tavira,Diego Cortina Autrey

In questo periodo e nel presente spazio informativo non avremmo parlato certamente del film,un prodotto che nasce in principal modo per essere visto lontano dal grande schermo ma di necessità saprà fare virtù avendo un vitale bisogno del cinema in quanto mezzo indispensabile per accedere all’olimpo dei film. Non esiste pellicola a tutt’oggi che abbia costruito un carisma e un’immagine gloriosa al di fuori delle sale cinematografiche. Netflix questo lo sa perché attraverso il nome di Cuarón ha investito un budget faraonico con cui magari poteva realizzare un blockbuster vincente al box office,ma la strategia mirava ad altro. L’azienda di streaming non ha dato il via a una scalata di consenso cominciata dai grandi festival,in primis Venezia,fino a monopolizzare l’interesse nei prestigiosi Oscar 2019 per avere,Roma,soltanto omaggiato da eventi e stampa. Per farsi un nome di grande produttore e di mecenatismo che uscisse dai canoni asettici edificati sull’assetto puramente commerciale di piattaforma multimedia,Netflix ha puntato sul passaporto artistico dei lavori indipendenti quale sdoganamento verso i piani più alti di una presunta nobiltà cinematografica. Il mese degli Oscar avrebbe dovuto rappresentare una vittoria su tutti i fronti,tuttavia in definitiva risulterà stemperata. Chiariamo come il cinema indipendente sia stato determinante per spostare gli equilibri anche nel box office delle sale nell’ultimo quarto di secolo,dove palinsesti di storie alternative per niente gratificanti sono riuscite a coinvolgere masse di spettatori favorendo il metabolismo di rinnovati stilemi. Questo in principal modo lo dobbiamo alle scelte coraggiose dei fratelli Weinstein che abituarono il mercato a cambiar pelle riuscendo a convivere con le scelte più tradizionali. La visione di Roma invece non pare considerare nella sostanza quelle motivazioni di origine,fin dalle prime sequenze fa trapelare un’idea e l’immaginario di una pellicola che si adagia sul sostegno di supposta agibilità alternativa senza detenere in questa l’aderenza di fondo più sincera. Il film nell’insieme non è affatto un format adatto alle sale cinematografiche,non tanto per una dichiarata afasia narrativa che prescrive ingredienti e mescole da lievitazione lenta,ma sembra reclamare fin dalle prime battute la riesumazione pragmatica di uno sperimentalismo fatto proprio dal piccolo schermo negli anni sessanta/settanta con certi tv movie,quindi antidiluviano nel concetto di evoluzione dei linguaggi. Nel contenuto della storia tenderà ad essere prevalente il senso ormai retorico della sequenza che proprio a partire dal quadro statico delle immagini fa percepire l’affresco complessivo con una distanza tale da soffocare ogni parvenza emotiva. Non aiuta molto in questo la stessa costruzione del film che di volta in volta fa emergere l’estetica e le geometrie dell’inquadratura più di ogni altro aspetto quasi fossero un ossessivo,o forse l’unico punto di riferimento. Vorrebbe l’etichetta off ma serve con dosaggio multiplo di autoreferenzialità e compiacimento un gran numero di etichette deja vu che appartengono alla memoria della traslazione visiva. Cuarón chiede alla memoria quale veicolo di ricordi e amarcord vari,di riagguantarli in maniera inutilmente compassata. Attraverso l’emulsione della fotografia sceglie di ricongiungere la dimensione trascorsa del reale quotidiano facendo riaffiorare episodi privati e di storico interesse,come se si potesse coglierne in forma documentaria le forze evocative e allo stesso tempo misteriose per viverle nel presente. Alla stregua di una mostra fotografica di realismo in tinte grigie prepara e lucida molti scatti di panoramiche dove ogni luce,ombra,oggetto,persona,fondale,sono piazzati al posto troppo giusto. Nell’economia artistica avvertiamo la leziosità dei dettagli che si riverberano sull’intera vicenda con largo effetto ipertrofico nonché comunicando molta freddezza nelle situazioni. A conti fatti quest’operazione di bigiotteria estetizzante perde notevolmente sul terreno della spontaneità,tutto sembra perfettino rendendo plausibile un marketing del particolare d’autore costruito a tavolino. Quest’idea di cinema indipendente che non sorprende ma abbaglia lasciando innocue le coscienze va rimessa nel cassetto,non poteva diventare nella Notte degli Oscar il miglior film dell’anno. Qualcuno l’aveva già capito d’istinto.