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DICEMBRE 2019
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Il meglio e il peggio del mese
IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone
Sceneggiatura di Matteo Garrone,Massimo Gaudioso,Edoardo Albinati,Ugo Chiti

Con Salma Hayek,Vincent Cassel,Toby Jones,John C. Reilly

La letteratura dei racconti in lingua volgare,nonostante meritevoli traduzioni, perde nel tempo quasi ogni traccia stilistica che possa trovare empatia con la sensibilità contemporanea. Se però nel contenuto permangono segni simbolici e particolari strutture di archetipo sicuramente la comunicazione intellegibile mantiene costante il rapporto simbiotico con il lettore. Le fiabe di Basile,scrittore vissuto tra il 16° e 17° secolo,sono emblematiche dell’esempio ma come tutte le opere di un passato in cui l’immaginario rappresentabile era concepito a misura di un pubblico (cortigiano) che desiderava da esso soltanto la platealità infantile del mostruoso o dell’ammiccamento,quindi ben lontano da implicazioni analitiche di epoche successive,si devono ripensare i rapporti scenici e le scelte umanocentriche per dipanare un filo evolutivo adattabile nel presente. Quando Garrone nella trasposizione cinematografica preferisce il supporto del fantasy tende a fare una scelta di campo nel genere che meglio ha saputo introdurre e stilizzare la sintesi significante del reale intorno noi con l’investitura figurativa e senza tempo della fiaba,del racconto science fiction o dei comics. Evitando nuova idea di contaminazioni sul filone corrente ha la pretesa di riadattare il lavoro di Basile in una chiave di realismo a unica soluzione espressiva,probabilmente perché è l’unico linguaggio da lui conosciuto. Certamente il procedimento stilistico prima che divenisse stillicidio aveva avuto analogo,nobile predecessore in Pasolini quando rielaborò il Boccaccio nel Decameron estrapolando da esso insperata e straordinaria modernità dell’uomo,mettendo in scena l’eterno risvolto del quotidiano attraverso quadri poetici e schietti sotto sembianze di arguzia,lotta e carnalità. La mano realista stavolta si rivelerà quanto mai impotente nel far emergere il substrato che simboli e significati reconditi celano dentro la fervida immaginazione delle favole. Il grande errore riconducibile a tutta la sceneggiatura è quello di non aver reso possibile il meccanismo traslato che metta in moto la comunicazione del film. Cose,oggetti e situazioni sono immessi dalla pagina allo schermo presi alla lettera senza un’elaborazione. Il mostro abissale é tale come si vede senza connessioni di arcano e relazioni semantiche con la fecondità della regina,oppure la trasformazione della vecchia in splendida giovane non desterà il benché minimo sussulto di profonda magia. Le tre fiabe intercalate fra loro viaggiano piatte con impasse di troppo,qualche scivolo di patinata banalità e la resa finale di un effetto presepe vivente che stona con la pretesa del fantasy. Garrone trovando evidente difficoltà nel centrare il linguaggio guarda con maggior dimestichezza alla cesellatura della cornice,fornendo miriadi di inquadrature ad edifici storici e a suggestivi quanto indugiati panorami che offrono un quadro barocco di azzeccato commercial. Colori e luci esteriori non accenderanno surrettiziamente il meraviglioso delle fiabe ma senz’altro fanno ridiscutere il ruolo delle Film Commission italiane che sempre più spesso e con disincanto vanno a sostituirsi agli assessorati del turismo locale.