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La trattativa che fondò il presente
Sabina Guzzanti porta sullo schermo i fatti oscuri di venti anni italiani
Torna il cinema di denuncia con una vicenda scomoda e coraggiosa

Rompere la lastra che ricopre un regno di ghiaccio potrà sembrare impresa praticamente azzardata quanto designata a sconfitta sicura,ma il piccolo buco nella sua coltre fatto con sforzi e tentativi da Sabina Guzzanti dimostra che la caparbietà non s’insegue invano. Questa docu-fiction capita dopo un arco di ventennio che non aveva ancora trovato un minimo comune denominatore storiografico nonostante grande mole mediatica e profusione di opinionismo. La Trattativa ha il dono della sintesi comunicativa,uno di quelle pellicole che potrebbero un giorno essere pionieristiche di un periodo per far conoscere e capire ai posteri capitoli importanti,ambigui sul passaggio da un secolo all’altro di una nazione. Il losco contratto tra stato e mafia,che coinvolse e coinvolge personaggi di alto calibro fino all’attuale Presidente della Repubblica,emerge al di sopra di tutti i tentativi d’insabbiarlo o confinarlo nel vago sospetto. Molte trascrizioni processuali,testimonianze e fatti inconfutabili scavano in quella direzione al fine di trovare un filo appassionato e più ampio che smuova coscienze intorpidite ritrovando voglia di riscatto,perché da qui fu rubata la speranza di un popolo. Gli anni di tangentopoli,il cambiamento sbandierato che attraversava il paese vennero gestiti in maniera infida e i partiti o movimenti che nascevano non erano la nuova democrazia che avanzava ma trojan per rendere docile il sistema a volontà autocratiche. La testimonianza dell’oggi insinuata da corruzione galoppante alla luce del sole,attività criminali che vengono presentate insostituibili nell’economia di una nazione,politica lontana dai bisogni generali e l’indignazione praticamente rimossa dal vocabolario sono effetti palesi del presunto regime e della famigerata trattativa. Media e cultura hanno avuto ruolo preminente per giungere a ciò,naturalmente in senso negativo favorendo la funzione destrutturante. Chi si interessa di cinema ha potuto assistere come i film italiani abbiano accentuato l’insipidità optando per un pavido supporto anestetico funzionale al sistema,aiutati anche da critici compiacenti che li sdoganano abiurando da opportune capacità e autorevolezza. La Guzzanti rimette in moto l’idea di cinema civile che era scomparsa nella produzione italiana delegando ad esso un fine di verità. I migliori esempi di film indipendenti hanno nel loro dna l’essere scomodi,senza padroni,portando al pubblico il benessere liberatorio di una proposta che fa ragionare. Già nella musica di fondo riecheggia subliminale la magica liaison con le pagine migliori di un cinema che sapeva pungere; Indagine e Elio Petri sembra voler comunicare la memoria delle note. Vent’anni fa la mutazione dell’Italia iniziava con molte stragi,su tutte quelle dei giudici Falcone e Borsellino,che seguivano l’evolversi dei clan e il loro progressivo bisogno di connection con sedi istituzionali e referenza politica. La Trattativa segue attraverso documenti originali la nascita del partito azienda di Berlusconi e l’influenza tutt’ora in auge che questo continua ad avere nel potere italiano in simbiosi con altre forze. Vari stili compongono in sequenza il docu-film,ricostruzioni di fiction e teatro off,punte di grottesco e surrealtà mescolando nell’azione il pubblico fatto dagli stessi attori,efficacemente funzionale a reciprocità interpretativa,oppure nel momento del make up quando si modellano le facce dei personaggi. Riescono a far entrare dietro le quinte,svelare il trucco a modello figurativo di oggettiva verosimiglianza della vicenda. Forse c’è poca attenzione e traccia un po’ sommaria dell’influenza che ebbero in tutto questo i rapporti internazionali nel post crollo muro di Berlino,ma la discussione polemica sulla eclettica dimensione dei protagonisti è abbondante. Sabina Guzzanti in fondo è una delle vittime designate di questo subdolo sistema imposto. Dopo la censura che l’ha messa al bando ha dovuto per forza limare,affinare il carattere di cabarettista rimettendosi in gioco artisticamente nell’unico mezzo potenzialmente libero rimasto a sua disponibilità,il cinema. Un’esperienza sofisticata,traumatica però crediamo che ne sia valsa la pena.
Franco Ferri