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OTTOBRE 2020

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Il Meglio e il Peggio del mese
PADRENOSTRO di Claudio Noce
Sceneggiatura di Claudio Noce, Enrico Audenino

Con Pierfrancesco Favino,Barbara Ronchi,Mattia Garaci,Francesco Gheghi

Nell’appartamento del magistrato Alfonso si avverte una pressante tensione che echeggia silenziosa e presente in modo stabile. Sembra penetrare nei rapporti e nelle relazioni della sua stessa famiglia condizionandone i movimenti,filtrando la naturale predisposizione di ogni componente alla comunicatività con l’esterno. All’impronta pare attecchito un tenore dai modi felpati,chiuso,di derivazione borghese che in determinati ambienti e periodi (siamo a metà degli anni settanta) aveva ancora una certa rilevanza. L’inizio del film è un continuo rincorrere e sovrapporsi d’interni. Appartiene allo sguardo disincantato del figlio Valerio che tra caotiche tranche di vita quotidiana vede poco assorbite nel contesto familiare le sue peculiarità di fanciullo curioso e attento. Ha scelto per tale evenienza un angolo sicuro della propria intimità dove resta completamente a suo agio,ma è il rifugio di una solitudine in costruzione. Scopriremo che i comportamenti della famiglia sono sul limite dell’incomunicabilità purtroppo per qualcosa di latente e drammatico. Alfonso è oggetto di minacce attentato a causa del lavoro giudiziario che conduce,deve sottostare al servizio di una scorta lasciando poco margine ai movimenti. Il bambino intende questo clima senza avere il minimo accesso alla verità e al dialogo da parte della famiglia,i brandelli di sola apparenza sono certezze infide ma lui sa comunicare con la fantasia di un mondo personalizzato. Nell’escalation degli eventi l’attentato ad Alfonso fisserà una veritiera,tragica giornata e nei frenetici giorni di scompenso familiare,Valerio non avrà accesso immediato all’estratto del reale. Percepisce una vaga distanza che ingloba perdita o sopravvivenza avendo visto per un attimo il brutto episodio del coinvolgimento paterno ma sarà l’attesa di un ritorno prossimo a dargli la necessaria carica vitale. C’è molta autobiografia nel fanciullo ora diventato regista del film,un’estesa quanto circostanziata disamina,magari troppo carica di elementi per raccontare la simbiosi di Valerio con l’austera famiglia e il legame sacrale con il padre Alfonso. Per massima vuole rappresentare il colloquio e l’elogio di una condizione sperata purtroppo non vissuta. Per reminiscenza soltanto ambientale,e non riferita ad un confronto di ragione puramente cinematografica,la prima parte del film protesa nei particolari che intravedono scorci familiari nel caotico,fanciullesco turbamento di non saper ricondurre al giusto alveo il significato di vita e morte,fa riaccendere d’istinto un determinato capitolo di Fanny e Alexander di Ingmar Bergman. Sicuramente Padrenostro ha le linee guida di una psicanalisi aperta verso il pubblico tentando di portare in emersione una zona grigia,il trauma della violenza liquida che il bambino ha sedimentato lasciando effetti nefasti sulla personalità. Con maggior aderenza sul complesso dalla pellicola diviene primario il racconto fatto di canoni generazionali. Un disegno dai connotati un po’claustrofobici,da olfatto saturo per eccesso di sapori dove manca perlopiù la fluidità ad alcune sequenze introduttive,che attraverso un montaggio più snello sarebbero state meglio armonizzate con la solarità leggiadra della seconda parte. Questa dovrebbe contemplare l’ideale del viaggio rivelatore. Viene compiuta da passaggi che possiedono più stretta attinenza con la fiction e nell’essenza del colore vorrebbero detenere la misura dell’assolo lirico quanto il compimento taumaturgico della storia. E’ la compagnia desiderata del padre nella terra originaria di Alfonso insieme a Christian,un misterioso e scafato compagno di giochi,che avrà una certa importanza nell’happy end fin troppo zuccheroso. Prevalgono scene campestri e riunioni naif di famiglia ma non basta una Premiata (Forneria Marconi) per sollevare il sound e le gocce nostalgiche di una spontanea atmosfera.