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Il grande match con le cine opinioni
Spielberg: Non costruiamo più i muri
Il Ponte delle Spie oltre la ricostruzione storica, parla al nostro presente
Gli opinionisti si sprecano in accademismo, a pochi interessa l’idealismo

A cura di FRANCO FERRI

Tom Hanks in una scena del film
Tom Hanks in una scena del film
Il Ponte delle Spie
è un film apparentemente ancorato a una vicenda del passato che svincola lo spettatore da un unico polo di riferimento storico e trasporta lentamente in una dimensione di pensiero come se le idee uscite dalla pellicola fossero in perfetta sintonia con il nostro presente. Lo stesso Steven Spielberg tiene a precisare quanto i fatti raccontati siano una chiave di lettura che si possono agganciare ai particolari momenti del nostro periodo.“ Oggi,coloro che cercano di ucciderci e sono pronti a farsi esplodere ovunque non sappiamo più chi siano,quale volto abbiano,cosa vogliano. La confusione,l'incertezza,l'ignoto spaventano più dell'arsenale sovietico negli anni Sessanta “. Gli anni che precedettero e seguirono la costruzione del muro di Berlino davano la netta percezione di un mondo diviso in due,il cui equilibrio più o meno efficace,veniva sorretto culturalmente dall’induzione alla paura. La gente in gran parte era disposta a sostenere con rozza determinazione quella specie di caccia alle streghe contro liberal e progressisti ingaggiata da un sistema coatto che attingeva forza inesauribile nei dogmi della propaganda. Il Ponte delle Spie non fa retorica e gioca le proprie carte nel sottile spazio dell’idealismo mettendo in moto un meccanismo mentale quasi metafisico dove s’impronta il vero senso del racconto. Qualche critico della stampa quotidiana invece si perde nell’angolo più visibile del film,quello scenografico e puntiglioso di ricostruzione,definendo le scene d’ambiente come fossero un solo,inamovibile centro. Prendiamo Fabio Ferzetti de Il Messaggero quando definisce in linea generale la storia, Tutto il film esprime una nostalgia irresistibile e quasi fisica per il grande cinema dell'epoca che racconta,e per i suoi valori “. Descritto in questa maniera sommaria sembra un film dall’anima anacronistica,citazionista e bigotta ma lo spettatore che non l’avesse ancora visto non comprenderà alcunché da un timbro fuorviante e minimale. L’ellisse conduce in altri porti di pensiero attuale con bagliori molto immediati di riflessione che rimbalzano in ogni angolo grazie alla sceneggiatura acutamente politica scritta dai fratelli Coen. Anche un altro opinionista s’incarta in significati approssimativi quando cerca di appaiare Spielberg in una scala di paragoni dagli esiti discutibili. Paolo Mereghetti (Il Corriere della Sera) chiamando in causa il regista osa un abbinamento quanto mai distante dall’essere accettato,” L'ultimo con Clint Eastwood a poter essere considerato ancora un regista classico,dove la cinepresa esplora il mondo invece che subirne i suoi trucchi come avviene sempre più spesso nel cinema dei super effetti speciali.”

Federico Gironi
Federico Gironi
Troppo differente risulta l’autore di Schindler’s List per temperamento e agibilità fantasiosa da Clint Eastwood che invece ha prediletto costantemente temi conservatori,scritti molte volte senza multiformità e strutturati con sequenzialità analogica. La classicità Spielberghiana non ha il volto classico che l’opinionista descrive ma è qualcosa sempre in avanti che si integra negli anni con un modo nuovo di intendere le storie attraverso l’ausilio della tecnologia,creando una diversa osmosi ricettiva con la pagina filmata. In quanto a “super effetti speciali ” citati dal critico c’è stato un momento in cui tutti i film di Spielberg per idiosincrasia analitica venivano apostrofati dai colleghi alla stregua di “giocattoli tecnologici” e “senza punto di vista”. Tuttora Mariarosa Mancuso (Il Foglio) storce il naso di fronte all’affresco della pellicola,forse per ciò si stanca e a mo’ di epitaffio sentenzia,“ Bisognava trovare un modo meno didascalico di raccontarla. E sforbiciare mezz'ora”. Se tutti costoro avessero approfondito meglio la sua opera comprenderebbero che Il Ponte delle Spie è in via evolutiva omologo allo stesso Schindler’s List ,tematicamente ampliativo di un pensiero democratico e umanista,vicino fra gli altri,a Salvate il Soldato Ryan,a Terminal,a Minority Report oppure al primo Jurassic Park. Questa è la scintillla primaria che diventerà trainante per un regista che nasce nel cinema inventando il metafilm moderno (Duel) ma il leitmotiv,“ Vira con elegante e funambolica coerenza verso quello dell’etica a tutti costi. Perché è grazie all'etica,a un umanitarismo mai velleitario che James Donovan (Tom Hanks) porta tutti a casa “.Così parlò Federico Gironi di Comingsoon it. La vicenda che gira attorno allo scambio di spie sul ponte di Glienicke (Berlino) ai confini veri non letterari tra est-ovest offre uno sguardo tetro e sofferto fatto di personaggi con fisicità calate in quegli anni di anatemi e terrore per la bomba atomica. Porterà Natalino Bruzzone de Il Secolo XIX a dire.”Tom Hanks incarna,in stato di grazia,lo spirito indomito di chi,da tranquillo professionista e devoto padre di famiglia,sfida Cia,opinione pubblica e Kgb nelle stanze del Potere “. Molto più figurativamente quel ponte di un passato non remoto è manifestazione di un percorso giunto fino ai giorni nostri scelto da un mondo che considera normalità riconoscersi nella costruzione dei muri. Il tempo non ha offerto cambiamenti veri,sta tornando il vento delle ideologie buie. Dividere,separare,aborrire le differenze sembrano logiche mai dome che poteri e sistemi esercitano con fredda esasperazione autoritaria per far accettare al resto degli uomini il concetto giusto di prigionia dei popoli.
28 dicembre 2015