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SETTEMBRE 2018
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Il meglio e il peggio del mese
THE POST di Steven Spielberg
Sceneggiatura di Liz Hannah, Josh Singer

Con Meryl Streep,Tom Hanks,Sarah Paulson,Bob Odenkirk

Quando Steven Spielberg ha realizzato le sue opere migliori ognuna di queste tra temi emergenti molto variegati ha avuto in comune con le altre nei meandri della sottostoria un filo che sviluppava con articolazione la più dirompente,accecante forma dei concetti morali; il dubbio. Si esprimeva a tal modo nei confronti della tecnologia che reinventando nuovi confini delle barriere evolutive,credendo di poter divenire essa stessa il motore primario dell’evoluzione trasportava l’uomo nel caos più folle (Jurassic Park). Sondava di ambigua lena il pensiero di Oskar Schindler,nel periodo in cui la rinuncia a quella parte radicata che lo aveva fin’allora definito lo avrebbe portato a realizzare nella propria vita qualcosa di profondamente diverso e giusto. L’aspetto controverso e le l’immersione nei gorghi dubbiosi sono il centro portante di questa pagina che uscirà dalla redazione del Washington Post,ma meglio ancora dai salotti e dai tavoli dei ristoranti dove la proprietaria del giornale all’inizio degli anni settanta cercava di preservare un’identità senza traumi. I contrasti andavano stemperati e le amicizie importanti coltivate nel tentativo immarcescibile di regolare con discrezione l’eterno asse stampa-potere. Quei mesi diverranno un passaggio cruciale per il futuro dell’informazione,le nuove idee e i moti degli anni sessanta stavano per penetrare inesorabilmente con passo felpato anche negli impermeabili muri dei santuari della stampa fino a cambiare del tutto le relazioni con politici e governanti. Siamo dentro l’alveo del Post,o perlomeno nella sua più prossima allegorica geometria da palcoscenico in cui l’ansia e le difficoltà della proprietà si scontrano con il pragmatismo progressista del direttore. C’è di mezzo la sopravvivenza del piccolo giornale a gestione familiare,ma oltre la tempesta potrebbe essere intravisto quel fattore positivo per partner o possibili investitori. Un giornalismo di qualità fa decollare gli utili,la gente ha fame di verità ma mantenere lo status quo sarebbe un anacronismo deleterio mentre il competitor New Yok Times avrebbe in serbo reportage destabilizzanti. L’oggetto del contendere sono documenti sottratti al Pentagono dove si descrivono con dovizia di particolari inediti le carte confidenziali della politica americana nel sud est asiatico dal 1945 fino al momento della presidenza Nixon quando la guerra in Vietnam divampa senza sosta. Appare chiaro che tutti i presidenti hanno mentito in pubblico sulle direttive specifiche nel momento in cui invece promettevano al popolo volontà di pace. Queste prove furono deliberatamente custodite per proposito di Eisenhower con encomiabile sorpresa,affinché un giorno fossero servite agli storici come fonte di studio solo accademico,ma quei segreti facevano tremare sempre Richard Nixon. Così il dossier assume una coscienza integrale,uno spartiacque che fa innalzare problemi ponendo a ogni protagonista domande inusuali sulla condotta fra opportunità e deontologia giornalistica. Nel film la profonda frattura lascia un’eco che s’insinua di tenacia etica quando i confronti reciproci divengono accesi mettendo a repentaglio culture e credo personali nel secolarizzato rapporto con il potere o nel più schietto desiderio di affermare il valore dell’indipendenza. Sono esami il cui determinismo conduce a rimettere in discussione se stessi attraverso uno scuotimento che si abbatte nell’altra parte nascosta delle proprie essenze. Risvolti e caratteri perturbabili conducono attimo dopo attimo alla messa al bando delle ipocrisie percorrendo con aderenza stili di messa in scena che richiamano ai virtuosi commediografi,quelli del grande teatro contemporaneo,senza per questo rinunciare al fasto prospettico della pura scrittura cinematografica. Partendo da tratti di apparenza stringata riusciranno a portare i personaggi nel cuore di emozioni,paure,insicurezze,come fosse una partita a scacchi dove una mossa sbagliata vuol dire annientamento,ma d’inverso può regalare il piacere del rinnovamento insieme ad una nuova e inebriante stagione di libertà. Sotto il profilo artistico emerge nel dettaglio il principio psicoacting,il metodo di recitazione voluto da Stanislavskij che porta gli attori a calarsi con veritiera immersione nelle variabili psicologiche rendendole splendidamente evidenti e tangibili. Spielberg esercitò questa tendenza già con Lincoln,stavolta non è incorso in risultati freddi,anzi tutto concorre a trasportare il film in testimonianza ardita sul divenire,uno psicodramma sul cambiamento e su quanto il passato pesi a guisa di perenne ostacolo. Nondimeno il lavoro complessivo va considerato oltre il valore storicizzante facendo intercettare quel senso traslato e d’induzione morale sul presente,tempo in cui le nebbie diradate paiono tornare da epoche che sembravano sconfitte. Un manifesto di perenne attualità in cui il Washington Post è sempre in prima linea indicando linee che continuano a esaltare il diritto di pubblicare,virtù di etica utilità servendo i governati non chi governa.