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Weinstein: La caduta degli Dei
L’uragano sommerge Harwey Weinstein ma è la resa dei conti per il potere
Una storia innovativa di grandi film, eminenza grigia degli Oscar vinti dall'Italia

Harwey Weinstein, personaggio controverso
Harwey Weinstein, personaggio controverso
Potrebbe sembrare adesso l’alieno più indesiderato e reietto ma se c’è qualcuno che possiede la corona nel mondo del cinema questo si chiama Weinstein. Anzi,dopo la puntuale studiatissima tempesta mediatica Harvey non c’è l’ha più,ha dovuto restituire scettro e medaglie d’onore a coloro che molti anni fa l’avevano posato sul trono di Hollywood. Cade un re se ne fa un altro,in questa cena delle beffe dal tepore e dal gossip ferventemente moralisti la resa dei conti sembra tratta da appunti di sceneggiatura per un film già visto,nemmeno tra i migliori. Fra corsi e ricorsi torna la caccia alle streghe,ottusi personaggi integralisti associati ad attricette di quarta categoria in cerca di vacua notorietà diventano testimonial per il classico tormentone da sbatti il mostro in prima pagina. Omettono con ipocrisia che nel giro dello spettacolo la proposta indecente è da sempre in menù,sta avvenendo pure in questo momento ovunque nel pianeta, purtroppo avverrà per i restanti giorni dei futuri calendari. Un rituale secolarizzato che é parte d’integrazione dentro un ambiente cinico descritto anche da Marco Bellocchio in un film di qualche anno fa. Era nell’aria da stagioni ma serviva il coup de theatre,la diretta della caduta degli Dei da dare in pasto al pubblico,giudice indotto e plaudente magari non sempre avvezzo ai backstage segreti più o meno morali dell’industria cinematografica. Il potere che avevano acquisito i fratelli Bob e Harvey ha un background ancora adesso tutto da scoprire e come nella migliore tradizione americana quando forse sarà decapitato e decantato offrirà le sue pagine per un altro intrigante plot da grande schermo magari di nuovo da Oscar. Proprio la notte hollywoodiana per eccellenza come un flash back assordante ha rappresentato per anni il culmine del loro lavoro produttivo. Miramax prima e di recente Weinstein Company portavano al vertice mondiale pellicole di grande spessore che sono state rivoluzionarie non soltanto per un certo modo artigianale e artistico di essere film,ma quel trend riuscì a cambiare la stessa logica distributiva favorendo integrazione tra contenuti non comuni e filiera di show business. Miramax ingigantì l’idea di cinema indipendente facendo in modo che poi anche altri studios seguissero l’intrigante,e perché no,moderna concezione d’intendere un lavoro cinematografico. Harvey e Bob cominciarono fin dagli anni settanta a non voler più due sguardi,due modelli,ovvero da una parte il cinema d’intrattenimento dall’altra quello elitario di nicchia. Avevano capito seguendo letteratura proveniente da ogni parte del mondo,ingaggiando autori in pieno potenziale non ancora sbocciati,realizzando anche piccoli film di grandi registi,che avrebbero favorito un rinnovamento epocale imponendo quel grosso salto di evoluzione all’arte cinematografica,alla routine produttiva spesso bloccata da miopi,invasive tecnocrazie finanziarie. Il pubblico internazionale a partire dagli anni 90 vide l’affermazione di titoli che contribuiranno a cambiare le cose veramente,e a metà del decennio fa irruzione un film d’inconfondibile acume comunicativo. Il Paziente Inglese di Anthony Minghella (nove Oscar) è melò raffinatissimo che fonde bagliori estetizzanti estrapolati dalle suggestioni dell’arte,ma la sua forza epica trasporterà al cinema anche in Italia le folle da grandi occasioni. Subito dopo arriva Shakespeare in Love di John Madden,storia dal gusto paradossale,incisiva che conquista spettatori e nuovamente Oscar (sette) per i due tycoon ormai con il vento in poppa,al quale fecero seguire,Il Talento di Mr. Ripley,pellicola di profonda introspezione ancora diretta da Minghella. A proposito di Academy Awards a tutt’oggi sono collocate in bacheca 81statuette per il binomio Miramax – Weinstein Company,si potranno fare mille illazioni sul conto della loro potente influenza,semmai resta inoppugnabile l’aver sostenuto sempre il carisma meritocratico e superiore presente in ogni film che ha vinto. Per certo il carattere debordante di Harwey,investito di illimitato comando,lo ha condotto ad avere un ruolo totalitario nell’impresa che,piaccia o meno,è divenuto molto invasivo fino a risultare fondamentale,così si sussurra,anche per i verdetti di grandi festival internazionali come Cannes. La magica cornamusa dei Weinstein era dietro gli Oscar vinti dall’Italia tra il 1990 e il 1999,partendo da Nuovo Cinema Paradiso,Mediterraneo fino a La Vita è Bella,passando per le 4 candidature de Il Postino (vinse solo Bacalov per la musica) e le 2 ottenute per Malena. Il legame con il cinema italiano fu molto stretto fino agli inizi del duemila quando portarono a Cinecittà Martin Scorsese per girare Gangs of New York ma aiutarono comunque altri film con il loro contributo fondamentale. Distribuirono negli Stati Uniti,Piccolo Buddha (1994) di Bernardo Bertolucci,La Sindrome di Stendhal (1996) di Dario Argento,Sono Pazzo di Iris Blond (1996) di Carlo Verdone,La Stanza del Figlio (2001) di Nanni Moretti e in anni più recenti,This Must Be the Place (2011) di Paolo Sorrentino. Una visione pionieristica condusse a scommettere sull’outsider Leonardo DiCaprio nel film d’autore La Stanza dI Marvin (1996) di Jerry Zaks e a investire su quasi tutta l’intera filmografia di un irruento,innovativo film maker,Quentin Tarantino. Molti autori del cinema contemporaneo sono stati oggetto di attenzione dedicata da parte della società newyorkese,ne citeremo solo alcuni in una vasta lista di celebrità: Steven Soderbergh,Jane Campion,Krzysztof Kieslowski,Danny Boyle,Julian Schnabel,Neil Jordan,Jean-Pierre Jeunet,Todd Haynes,Lasse Hallström,Michael Moore,Stephen Frears e Michel Hazanavicius,il cui The Artist consegnò a Weinstein nel 2012 l’ultima copiosa lista di premi piena di 5 Oscar. Ora sul proscenio del cine probabilmente saliranno altri sovrani.
Franco Ferri
1 novembre 2017