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La Chiave di Sara
La Shoah rimossa nella Francia collaborazionista del 1942
Una pagina dedicata alla memoria senza ricorso alla retorica

Ogni periodo,ogni momento è sempre occasione per non farsi travolgere dall’indifferenza e per riagganciare le nostre coscienze agli episodi più indecenti della nostra civiltà. L’atteggiamento non riguarda un generico quanto freddo rapporto con ciò che ormai è nella storia ma sovrintende la riscoperta viva di un segnale di progresso e di rinascita. Deve essere stata questa la molla che conduce la giornalista Julia (Kristin Scott Thomas) ad indagare e riscoprire una triste pagina della Francia,forse velatamente rimossa,sotto la dominazione nazista. Nell’estate del 1942 vennero arrestati a Parigi dalle stesse autorità francesi migliaia di ebrei,e condotti nel complesso sportivo denominato Vélodrome d’hiver,prima tappa di una deportazione che si concluderà nell’inferno di Auschwitz. La nostra osservazione si incunea su quanto fosse radicata in quel periodo l’intolleranza per permettere collaborazione e disponibilità nei paesi apparentemente democratici ma questo è un aspetto che si ripete costantemente. Il film invece sottolinea con flashback la storia tragica della famiglia di Sara Starzynski in quel giorno di luglio,prelevata nel loro appartamento,e di una chiave gelosamente custodita dalla piccola usata per nascondere il fratello.

Kristin Scott Thomas in 'La Chiave di Sara'
Kristin Scott Thomas in 'La Chiave di Sara'
L’inappuntabile precisione interfacciata del regista Gilles Paquet-Brenner ci riporta ai nostri giorni in cui Julia attraverso testimonianze cercherà di ricostruire un enigma sepolto dal passato e dall’oscurità. La fase personale ed esistenziale della giornalista si mescola e si intercala con le emozioni e l’identificazione in un dramma dalle radici nel presente,nella consapevolezza che l’inverno della storia a volte coincide con quello della propria intimità. La chiave custodita da Sara diviene nella pellicola uno spessore a doppia ottica di interazione che manterrà costante l’interesse monitorando di volta in volta episodi reali nascosti dal tempo,come pure il desiderio di decodifica intorno all’immagine della vita criptica di Sara oltre il recinto del lager. Le scelte importanti possono avere effetto taumaturgico nel gioco dei percorsi,rappresentando l’anello di congiunzione tra ieri e oggi,procurando quel discreto ma inebriante vigore innestato da una giusta causa che il film ci consegna senza il minimo ricorso a tentativi retorici.
F. F.