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Steve Jobs: L’alba del pensiero digitale
Danny Boyle racconta un carisma facendoci percepire dallo stile il senso del nuovo
Film visionario che invita a guardare con mente aperta ma nei critici non c’é traccia

A cura di FRANCO FERRI

Steve Jobs, i protagonisti del film
Steve Jobs, i protagonisti del film
Non si può prescindere dal personaggio e l’argomento in questione,Steve Jobs e l’era dell’industria informatica,senza prima comprendere il tratto culturale,specifico che lo sceneggiatore Aaron Sorkin ha delineato in maniera decisiva. Questo scrittore di cinema è uno dei pochi che riesce a sintetizzare in modo ellittico il pensiero e l’azione degli uomini partendo da fenomeni magnetici,di trasformazione delle dinamiche sociali. Ricordiamo un plot ambientato nello sport,Moneyball - L’Arte di Vincere di Bennett Miller,in cui denaro e strategie determinano paradigmatici momenti legati alla distonia soldi,comportamento. La scansione dei suoi racconti non ha intenti moraleggianti ma si avvale di ogni frangente sulle varianti umane per giungere ad affreschi dove si possa percepire la sintesi multifacciale,dinamica e aspra del mondo attuale. In questa sintonia ha cominciato a descrivere attraverso i protagonisti di un’epoca in corso,la più grande rivoluzione che sta mutando il nostro criterio di pensare,vedere,metabolizzare l’intero cerchio della realtà. Il capitolo iniziale,The Social Network di David Fincher era la storia controversa,iniziatica della prima grande rete virtuale di comunicazione,Facebook,che ha dato il via ad una globalizzazione etica e propositiva culturalmente diversa da quella economica. Non poteva adesso non interessarsi a Steve Jobs,uno dei più talentuosi,contraddittori pionieri dell’informatica prima come metodo e disciplina poi come industriale. La sceneggiatura di questa atipico film biografico ben si adatta alle corde di Danny Boyle,visionarietà che guarda alle realtà soggettive come input espansivi per determinare nuove oggettività da aggiungere al divenire del reale,contribuendo ad uno stile del format metarappresentativo della catarsi computeristica e digitale. Similmente alla narrazione su Mark Zuckerberg & Co,Steve Jobs tende ad una raffigurazione che implementa un gran numero di immagini,informazioni,episodi snodali e puzzle personali del protagonista elaborandoli,comprimendoli nella sequenzialità. In conseguenza offre allo spettatore un modo che apre alla sensorialità,l’apertura emotiva di ciascuno per avere piena cognizione di quanto si sta seguendo attraverso un modo ricettivo di elaborazione,decodifica e razionalità tipici dei processori pc. Mente e tecnologia costruiscono un centro stilistico di nuova intuizione,mai illusorio,per comprendere la cinematografia nell’epoca del pensiero digitale a pieno titolo,che va a superare i concetti narrativi,cronologici di stampo consequenziale tipici del procedimento analogico.

Francesco Alò
Francesco Alò
Il prologo del film,documento che ritrae lo scrittore Arthur C. Clarke (2001:Odissea nello Spazio),quando indicò profeticamente gli anni presenti di profonda influenza filosofica per l’impatto delle macchine di calcolo,conduce all’aderenza semantica del modello espressivo scelto per la pellicola. La forza impressionistica vista dentro lo spirito di Steve si rivolge alle coincidenze che cambiarono,arricchirono e offuscarono l’uomo. Incontri,scontri colgono la cifra di un carisma straripante ma i dualismi contesi tra essere John (Lennon) o rimanere Ringo (Starr) sono l’allegoria più prossima all’idea competitiva che l’inventore del Mac aveva con se stesso e verso gli altri quando guardava oltre. Boyle e Sorkin hanno scelto il viaggio di Steve Jobs,un itinerario sulle strade maestre e nei piccoli sentieri di una personalità con l’impatto di una seduta psicanalitica a decompressione digitale. Potrebbe valutarsi anche nel sinonimo di un cammino del progresso tout court e con esso l’idealità,il vento di un pensiero da respirare,coltivare senz’indugio. Nei percorsi che invece investono le opinioni sul film compaiono giudizi non appartenenti ai modi innovativi suggeriti dallo stile,pertanto con l’immutabilità di canoni interpretativi sempiterni alcuni critici cinematografici vanno a perdere l’essenza fondamentale della storia. Un classico esempio è materializzato da Francesco Alò su Il Messaggero.“ Parafrasando Pirandello questo Jobs è tre,nessuno e centomila idee”. Vedendo il film a compartimenti stagni il recensore individua appunto tre capitoli della vicenda separati e di chiara mediazione culturale analogica,ma la ricerca di spunti drammaturgici in linea convenzionale lo porteranno a queste agghiaccianti conclusioni. Il film è una commedia sentimentale in cui sia la commedia che i sentimenti sembrano perfettamente programmati al computer ”.Torna il numero tre,ma non è simbolo di perfezione,anche con Curzio Maltese de La Repubblica e pur comprendendo che il notista non sia un espertissimo di cinema,tuttavia ne cogliamo l’impressione. “ La storia molto teatrale si articola come un dramma in tre atti ”. Anche lui è caduto nelle sabbie mobili della retorica,quale spettatore anche il meno cinefilo scambierebbe le forti,ricche deduzioni impressive della pellicola per angusta,statica messa in scena ? E’ questione di mente più che dell’occhio. In questa barricata a difesa di un vecchio culturale sempre in moto,Natalino Bruzzone del Secolo XIX ribadisce come un film può essere travisato.“ La vittoria della parola sulla messa in scena ”.
1 febbraio 2016