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Il grande match con le cine opinioni
Stasera Virzì e la radio s’inchinò
Il regista ospite a Radio Capital trattato come un’autorità politica
Tra bugie da Oscar l’informazione perde la partita della neutralità

A cura di FRANCO FERRI

Paolo Virzì al talk show radiofonico
Paolo Virzì al talk show radiofonico
La fascia preserale dei palinsesti radiofonici prolifera di talk show incentrati su politica,costume e tutto quanto fa tendenza. In apparenza vorrebbero rinnovare il gusto della partecipazione del pubblico quasi fossero il più diretto modello di ultima generazione democratica. Dietro colore,volgarità e appiattimento delle opinioni si rivela sempre quel caos di suggestioni mediatiche o finti bon ton dell’informazione pianificati dai guru dell’establishment per controllare il dissenso e rinnovare di fasto chi sul discutibile si é sempre piazzato con instancabile attività. Tra questi c’è Tg Zero in onda su Radio Capital emittente del gruppo editoriale Gedi,condotto dal duo Zucconi & Buffoni si autodefinisce come programma d’informazioni che “altri non vi diranno”,ma sotto il trailer di patina alternativa la temperatura sovente va sotto zero e la coltre di grigia ortodossia s’ingrossa inevitabilmente facendo rimpiangere,suo malgrado,par condicio e personaggi della radio pubblica. In occasione dell’uscita nelle sale del suo ultimo film,Ella & John,arriva in trasmissione Paolo Virzì,un regista che non ha mai diretto pellicole memorabili e spesso ne ha fatte anche di mediocri,tuttavia da parte dei conduttori si sprecano epiteti e paroloni,da “maestro” a “grandissimo”. Del resto questo resta un fenomeno ricorrente e in molti ricordano il critico romano che paragonò Virzì a Stanley Kubrick con enorme profusione di grottesco informativo,ma in quel particolare quotidiano Paolo giocherà un altro ruolo con evidente fallo da conflitto d’interessi. L’anno passato sulla prima pagina de L’Unità,organo ufficiale del Partito Democratico,fu pubblicato un suo articolo in cui invitava a rientrare nei ranghi il dissidente Bersani in odor di scissione. Era un intento pieno di osservanza che appoggiava,e nello specifico addirittura sostituiva la mansione del segretario Renzi,sconfessando le più elementari regole di neutralità da parte di un uomo di cultura. Virzì è da sempre un favorito della politica,quel fenomeno imbarazzante che sta montando disgusto senza limite,onnivoro in tutte le attività del paese compresi mondo dello spettacolo e attività cinematografiche. Certamente sarebbe da ingenui esigere che un personaggio della casta,sponsorizzato nel momento di lancio del film e in prossimità delle elezioni politiche 2018 venga intervistato dalla stampa main stream con assoluta indipendenza. Altresì sarebbe doveroso pretendere dal giornalismo un minimo di competenza professionale e specificità tematica rifiutando il comodo approccio alla fake news di turno. Invitato da un conduttore a parlare del 4 marzo 2018,data sovrapposta di svolgimento elettorale e oltretutto di consegna dei premi Oscar,in quanto lui avrebbe molta familiarità con la mitica notte dal momento che,“è stato uno dei candidati all’Oscar”. Per verità statistica e realtà degli eventi non risulta affatto in tutta la storia delle nomination agli Academy Awards che il nome del regista toscano o il titolo di un suo film siano mai stati inseriti nelle splendide cinquine. Però Virzì parlerà poco di Ella & John,film che da lì a qualche giorno la scelta del pubblico nominerà nella categoria dei flop stagionali. Va a ruota libera su temi generici e approfittando della mancanza di contraddittorio discerne sul mondo circostante pensando di far figurone. Sembra di ascoltare l’uomo qualunque,il tuttologo da bar che esterna discorsi confusi già sentiti mille volte ai telegiornali o letti nei giornali,disquisisce su politica,crisi,elezioni ma non sa prendere una posizione veramente personalizzata al di fuori di superficiali cliché. Spesso quando seguiamo le parole di grandi autori del cinema,questi riescono ad andare oltre le immagini dei loro film suggerendo intuizioni,sprazzi illuminanti che possono offrire una panoramica di idee molto appropriate per il contributo al progresso. Tuttavia i pensierini del regista sono emblematici perché nel certo stile da retorico pare di rivedere la stereotipata costruzione tipica della sua filmografia che ha proliferato diventando parte integrante della crisi culturale del paese,godendo al contrario di un percorso comodo e sopravvalutato in maniera strumentale. Sguazzare nel volgare,inteso a limitante,involutiva e imperfetta sintassi espressiva della lingua cinematografica,senza per questo richiamarsi a punti di vista ricchi di originalità,ha contribuito al generale appiattimento del cinema italiano. E’ parte integrata di un grande progetto elitario e conservatore,un gioco di prestigio instaurato da anni per non cambiare niente.
18 febbraio 2018