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Il grande match con le cine opinioni
Stampa e Potere vogliono cinema di regime
Media sotto accusa: Nascondono con molte bugie la verità sul cinema italiano
Cinematografo: Il programma Rai di Marzullo é l’esempio più appariscente

A cura di FRANCO FERRI

Gigi Marzullo
Gigi Marzullo
Si addensano nubi sul cielo della libertà di stampa italiana,a dirlo sono le autorevoli opinioni di personalità che riconoscono troppa sudditanza del giornalismo alle posizioni del potere dominante. Anche dall’estero arrivano giudizi negativi sull’informazione,Julian Assange evoca l’epiteto,”Stampa corrotta”,inequivocabile di pessima reputazione che ormai contraddistingue un modo non certo corretto e indipendente di condurre il lavoro mediatico. Esiste una sorta di indirizzo da far pensare al regime,un mainstream plebiscitario di televisioni e giornali appiattito sulle ragioni e sui temi di chi conta più nel paese. Non è questione di uniformarsi sulla sola maggioranza politica ma il problema riguarda tutto un intero sistema,dall’economia alle facoltose lobby culturali,che hanno potere di pressione senza limiti sulla pubblica opinione. Si dà il caso che il cinema,in quanto importante,complessa branca dell’industria sia sotto un controllo di piena filiera e s’impone come fra le categorie economiche più protette e privilegiate anche in tempo di crisi. Ricorderemo l’aumento della benzina per finanziare pellicole e proprio in questi giorni c’è stata approvazione di un disegno di legge governativo che stanzia 400 milioni di euro per produrre film. Per una serie di ragioni strumentali la stampa resta condizionate dall’aria che tira,in un periodo in cui il cinema italiano senza più indipendenza e qualità finisce per rappresentare freddo supporto mediatico all’omologazione. Se non esiste più il giudizio sincero,veritiero su un film sono a rischio tante strade di evoluzione e libera creatività. Giornalismo e critica cinematografica in prevalenza non hanno a cuore l’interesse del lettore,curano la sua trasformazione ipocrita e paradossale in quella di acritico consumatore. Una pratica adusa che sta offrendo per nemesi risultati sconfortanti,l’Italia a differenza di altri paesi a cultura cinematografica progredita,non presenta un programma tv decente sul dibattito dei film. Gli esiti stanno nei numeri con la cifra più bassa d’Europa in rapporto ai biglietti pro capite per abitante acquistati durante l’anno (1,5);la recessione non è solo economica ma s’insinua nel profondo culturale. La fisionomia più appariscente di questo ritratto arriva dalla Rai,dove Il Cinematografo condotto da Gigi Marzullo,promuove e consola sempre i prodotti firmati dalla Casa Madre. Lo spazio lobbista concesso risulta invariabilmente sproporzionato se non eccessivo,quando invece grandi film internazionali,molto attesi,vengono messi in secondo piano. Qualche stagione fa da quella tribuna,Lodovico Gasparini,personaggio con un passato da regista,disse che nell’analizzare i film italiani serviva fare un recinto tutto per loro,un mondo a parte dove manifestare senza bisogno di far paragoni,confronti con pellicole estere. Affermazione da lasciare allibiti per il senso oscuro di inutilità dialettica,quanto antistorica e aberrante verso uno studio consapevole del cinema contemporaneo. Alla base faceva ricomparire l’antico disegno autarchico,selettivo di sapore fascista che sorprendentemente,ma non troppo,oggi ritroviamo moltiplicato. 

GianMario Anselmi
GianMario Anselmi
Per arrivare al presente,Il Cinematografo Marzulliano,dava di tutto,di più nella migliore forma declinata durante l’ultimo Festival di Venezia. Viene chiamato a dare parere sul cinema italiano alla Mostra,GianMario Anselmi,non un critico nello specifico,ma un intellettuale proveniente dal Dams di Bologna,un accademico che ha il compito di preservare,diffondere,insegnare la cinematografia a futuri esperti di settore. L’intervento colpisce perché sembra sideralmente distante da una sintesi efficace e veritiera,così dirà: “A Venezia balza sotto gli occhi di tutti la rinascita del cinema italiano”,e motiva questa sortita,”Si vedono capacità di raccontare storie per ogni tipo di pubblico compresi i film d’autore che a volte sono capolavori assoluti”. Questa sua idea sul cinema italiano non ha corrispondenza reale,risulta totalmente bugiarda e rovesciata quanto affetta da volontà per uso di verità ufficiale,uno spot in ossequio alla stessa Rai che lo ospita. Il prof continua nell’esposizione senza alcun contraddittorio precisando di aver notato nei film nazionali,"Segnali positivi di un certo livello in tutti i generi visti attraverso cura di sceneggiatura e linguaggio”,ma la perla deve ancora arrivare,affermando con disinvoltura surreale,”In Italia anche nei film leggeri c’è novità,eleganza e appropriatezza,sanno raccontare storie con un’arte che prima era prerogativa solo di Hollywood,mentre ora in Europa abbiamo preso una strada nuova,estemporanea. Tutto è nato grazie agli esperimenti in contaminazione con televisione e rete”. A parte l’evidente non conoscenza di quanto accade fuori dei confini,si denota un lato esageratamente grottesco con plauso all’uniformazione tv e al gioco retorico dei film nazionali adattati nel ritornello,“Italia che riparte”,tipico di una propaganda più ampia ormai esausta. L’enfasi di Anselmi non riesce ad essere incisiva e profetica perché la realtà risulterà ancora dura nei confronti delle pellicole italiane. La giuria di Venezia presieduta da un grande regista come Sam Mendes rimarrà indifferente agli assolo di violino suonati da Anselmi,non assegnerà alcun premio alle tre produzioni in concorso,e fra i cinefili viaggia addirittura parere diffuso che talune di queste non fossero da festival internazionale (Piuma) ma nemmeno quelle fuori gara (Tommaso). Si conferma di nuovo una stagione dalla quale esce un cinema italiano di scarso appeal nelle opinioni sovranazionali. In tutti i più grandi eventi,dall’Oscar a Cannes,dalla stessa Venezia al Festival di Toronto,è stato omaggiato di sola indifferenza. Le presunta qualità,gli entusiasmi per certi film vengono sbandierati,accettati acriticamente solo tra le mura amiche. La crisi del cinema italiano continua ma non viene raccontata nei dettagli,oppure viene sottovalutata per opportunità,il trend negativo lo si vede anche nei mercati esteri dove le uscite nelle sale ci sono pur raccogliendo in definitiva pochi spiccioli. Quando GianMario Anselmi afferma sull’”estemporanea” ascesa in Europa di una via italiana al cinema,forse concorrenziale a  Hollywood,crediamo che pensi al termine nel valore positivo. Se però prendiamo l’accezione immediata del vocabolo,s’intende per essa significante di improvvisazione e impreparazione,di sicuro la vedremo adagiarsi meglio in un concetto corretto di raffronto internazionale. L’estemporaneità vive perché non c’è nulla di più alieno al cambiamento del cinema italiano,chiuso in se stesso e prigioniero di format ultravecchi che in Europa e nel resto del mondo sono inadeguati. Spalleggiato da un pensiero conservatore con mille interessi sfugge nuove tendenze in atto che d’inverso lievitano in altre cinematografie: Rifiuta il coraggio e l’esigenza di stili emergenti altrove,contrabbandando per caratteristiche intoccabili l’esibita amatorialità e il pressapochismo di personaggi superprotetti che cavalcano impropriamente l’onda del cinema.
10 ottobre 2016